Quando la realtà diventa romanzo – Intervista a Maurizio Valtieri
On gennaio 9, 2017 | 0 Comments

Un giovane e felice gay di diciassette anni, dopo un avventuroso viaggio in Messico, viene costretto dai genitori a sottoporsi alla Terapia Riparativa dell’Omosessualità, presso un istituto religioso romano, nel tentativo di curarlo da quella che per loro è una malattia. Da qui si dipana un intrecciarsi di rapporti umani, che mettono in evidenza una gamma variegata di personaggi sia positivi che negativi, fin quando la vicenda si colora di giallo e le vite di alcuni di essi sono in serio pericolo. L’albero dei Rosari di Maurizio Valtieri (Diamond Editrice), partendo da una vicenda realmente accaduta, diventa mezzo di narrazione romanzesca, che non lascia al lettore il tempo per distrarsi, ma che, altresì, lo costringe ad una riflessione profonda sul pregiudizio e sulla demonizzazione della diversità. È un romanzo che si presta a vari livelli di lettura, a seconda anche delle diverse sensibilità di coloro che voglio entrare nella storia, ma, qualunque sia l’approccio, durante tutto il viaggio narrativo, non ci si trova mai nella condizione di annoiarsi.

Come mai la scelta di questo tema forte per un romanzo?

Una sera, durante una cena, mi è stata raccontata una storia, che ho fin da subito trovato interessante e, sfortunatamente, di grande attualità. Ho voluto incontrare il protagonista principale e, una volta avuti tutti gli elementi, ho deciso di farne un romanzo.

A proposito di questo, a qualcuno il libro potrebbe apparire come una sorta di saggio sulla Terapia Riparativa, ma mi pare di capire che così non è.

Esatto! L’albero dei rosari non è un saggio, ma un romanzo e come tale è strutturato. La Terapia Riparativa è il pretesto per narrare le vite e i rapporti interpersonali dei vari personaggi, con particolare attenzione ad alcune forme di tradimento che si possono perpetrare all’interno di una famiglia.

Che cosa ti ha più colpito delle razioni dei lettori, dopo l’uscita del libro?

Quello che mi ha lasciato più stupito, è stato che la quasi totalità delle persone ignorasse l’esistenza e l’uso della Terapia Riparativa, anzi che la ritenessero una pratica impossibile ai giorni nostri.

Il libro è stato anche presentato in varie scuole, dove ti sei confrontato con gli studenti, quali sono state le loro reazioni?

I ragazzi nella loro composizione eterogenea sono portatori sia di grande curiosità e apertura mentale, sia di diffidenza e pregiudizi da emulazione. Dunque le reazioni sono state molte e contrastanti tra loro, ma la cosa importante è che l’indifferenza non abbia avuto la meglio.

E i genitori?

In una occasione in particolare, c’è stata una protesta formale da parte di un gruppo di genitori, i quali ritenevano che si facesse “propaganda omosessuale”. Cose del genere non le considero neanche, per me arrivare anche ad una sola persona è già un traguardo.

Tu hai più volte dichiarato di aver volutamente usato per il tuo romanzo una scrittura piana, non troppo letteraria, nel senso classico dell’accezione. Perché questa scelta stilistica?

Volevo che il romanzo potesse essere fruito da tutti, soprattutto dai giovani. Inoltre quello dell’Albero dei rosari è un mondo parzialmente immaginario che però simula quello reale e, dunque, creare dei personaggi di diciassette anni che parlassero come dei vecchi professori universitari, non mi è sembrata la via più giusta da seguire. Che poi in Italia sia “letterario” solo ciò che appare ampolloso e a volte incomprensibile, è altro discorso.

Alla fine del romanzo viene voglia di sapere cosa accadrà nella vita futura dei vari personaggi. pensi ci possa essere un seguito?

L’idea non mi dispiacerebbe, ma prima vorrei esplorare altre realtà e altre cifre stilistiche di scrittura, poi, perché no?

Simone Di Matteo

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